FAVOLE

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giovedì 12 dicembre 2019

IL TESORO DEI POVERI

IL TESORO DEI POVERI 

di Gabriele D'ANNUNZIO
 


C’era una volta non so più in quale terra una coppia di poverelli. Ed erano, questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla. 

Non avevano pane da metter nella madia, né madia da mettervi pane. Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi casa. Se avesser posseduto un campo, anche grande quanto un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi casa. Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia. E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebber potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola. Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane, erano in verità assai tapini.

Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza quanto della casa. Del pane ne avevano a bastanza per elemosina, e qualche volta avevan anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino. Ma i poveretti avrebber preferito rimaner sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco o ragionar placidamente d’innanzi alla brace. 

Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura l’uomo è come una bestia errante. E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti li altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere.

Come si lamentavano e tremavano su la via maestra, nella notte buja, s’imbatterono in un gatto che faceva un miagolìo roco e dolce. Era in verità un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su le ossa e pochissimi peli su la pelle. S’egli avesse avuto molti peli su la pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in miglior condizione. Se la sua pelle fosse stata in condizion migliore, certo non avrebbe aderito così strettamente alle ossa. E s’egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliar topi e per non rimaner così magro. Ma, non avendo peli ed avendo in vece la pelle su l’ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello.

I poverelli son buoni e s’aiutan fra loro. I due nostri dunque raccolsero il gatto e né pure pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di lardo che avevano avuto per elemosina. Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna abbandonata. 

C’eran là due sgabelli e un focolare, che un raggio di luna illuminò un istante e poi sparve. Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovaron seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor più nero. 
- Ah! – dissero – se avessimo a pena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole! Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare poiché essi erano miseri, in verità miseri assai.

D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l’oro. E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna:  
– Senti che buon caldo? 
– Sento, sento – rispose la vecchia. E distese le palme aperte innanzi al fuoco. 
– Soffiaci sopra – ella soggiunse. La brace farà la fiamma. 
– No – disse l’uomo – si consumerebbe troppo presto. 
E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti. I poverelli si contentan di poco e son più felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al Bambino Gesù.

Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri omai d’essere protetti dal Bambino Gesù, poiché i due carboni brillavan sempre come due monete nuove e non si consumavano mai. E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano avuto caldo ed agio tutta la notte, videro in fondo al camino il povero gatto che li guardava da’ suoi grandi occhi d’oro. 

Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati che al baglior di quelli occhi. 

E il gatto disse: 

– Il tesoro dei poveri è l’illusione.






martedì 11 aprile 2017

SENZ'ARROSTO

SENZ'ARROSTO




PRIMA PARTE

Che brutta Pasqua! Al contrario degli altri anni, quella sera nella casa patriarcale  di Giovanni Moltacorda, fittabile alla cascina Benpensata, il pranzo, di solito così allegro  e giocondo, era stato il pranzo del malumore.

Sfido io ! Quando il vecchio papà Giovanni trovava a ridire su qualche cosa, era finita! Non aveva riguardi per nessuno, né per il figli, né per i nipoti, né per i generi, né per le nuore.

Il padrone di casa alla fin fine era lui. Il capo della "sacra famiglia" era lui. Poteva quindi imporre la sua volontà ed anche i suoi malumori, no?

Ma che diamine era successo quella sera? Un fatto ben grave.

Papà Giovanni borbottava ormai da un'ora:
- Domando io! Una Pasqua senza l'arrosto di capretto.     Con tante donne in casa. Donne che pretendono di saperla lunga. Sì! Bel sapere! Di lungo, non hanno che la lingua!

E le donne di servizio che ci stanno a fare? Tutto  il giorno con le mani alla cintola. E la fattoressa? E il guardiacaccia? E il camparo? Tutti fannulloni. Possibile che nessuno della casa avesse pensato a provvedere il capretto? Santo cielo! Lo sapevano pure ch'egli ci teneva alla tradizione!

A Natale, risotto, tacchino e panettone di Milano. Al primo dell'anno, salato e la torta tradizionale con tanto di fava. Alla Pentecoste  gli agnolotti in brodo, e a Pasqua le uova con le olive e l'arrosto di capretto. Non c'era tanto da ridere. Bisognava rispettare le vecchie usanze, altrimenti dove si andava a finire? Addio famiglia patriarcale, addio unione, addio forza!

Fare delle novità? Modernizzare? Sì, per andare in rovina. Si doveva fare quello che i vecchi avevano fatto sempre, Tanti pasticcetti, perché? e il pudding e le salsette alla francese? Roba che guastava  lo stomaco e toglieva tutta la poesia di certe giornate di festa? Uff! proprio vero: non c'era più religione, non c'era più sentimento, più niente.

E tòm tòm e tòm tòm.... il borbottìo di papà Giovanni continuava come se in cucina avessero messo a bollire delle castagne.

Povera signora Matilde! La moglie, si sa, era quella che più ne soffriva. La poverina, una vecchietta tutta pelle e tutta occhiali sul naso, era sempre là, seduta vicino al consorte brontolone, rassegnata a sentire ed anche a dare ragione. Ma gli altri?

Oh! Gli altri, quella sera, vista la mala parata, erano scomparsi. Ad uno ad uno, alla chetichella, in punta di piedi, avevano riparato in un'altra sala e là raccolti ridevano, di soppiatto, del vecchio Giovanni e delle sue fisime.

Intanto mamma Matilde cercava di calmare le ire del nume.
- Andiamo, Giovanni, non prendertela tanto a male: sì, hai ragione. E' stata una dimenticanza; ti do parola, un cosa simile non accadrà più!

- Se capitasse....guai! - aveva esclamato con voce cupa il signor Giovanni.  - Per l'anno  venturo, ascoltami bene, ne do l'ordine formale sin d'ora; sei mesi avanti acquisteremo un capretto, così per la festa di Pasqua non mancherà l'arrosto. Ho detto! e basta!

E su quell' "ho detto e basta!" il vecchio fittabile si era alzato dalla sua poltrona, aveva preso un lume e, brontolando ancora fra i denti, si era recato a dormire. La sua giornata era finita.


SECONDA PARTE

L'ordine era stato formale e preciso.

Sei mesi prima di Pasqua, il caprettino era acquistato. L'arrosto era assicurato.

Quel caprettino era davvero curioso: tutto bianco, con una macchia nera sulla fronte, precisamente sopra l'occhio destro; un musetto roseo, lungo, affilato; la bocca aggraziata; una fila di bei dentini che parevano d'avorio; le orecchie corte aguzze; due occhi azzurri come il cielo; le due zampine davanti agili e delicate con movenze gentili da gattina innamorata; infine una piccola coda corta che finiva con un piumino simile ad un batuffolo di bambagia.

Quando il caprettino teneva la testa diritta, col musetto  in alto, socchiudendo di tanto in tanto l'occhio destro, assumeva un'aria così scaltra e birichina che faceva  ridere. Quella macchia nera a sghimbescio, quello strizzare  dell'occhio, quell'agitarsi del codino avevano un certo non so  che di comico che piaceva; dall'altra parte lo sguardo era così dolce e malinconico che destava un vero senso di commozione. Insomma quel caprettino bisognava amarlo ad ogni costo.

Alla cascina Benpensata l'arrivo del capretto fu un avvenimento. Non vi parlo dei nipotini di papà Giovanni! Una festa! Un delirio! Gigetto, appena lo vide, esclamò:
- Oh bello,  ecco Caprin!

Caprin? Si trovò che quello era  un bel nome, e la bestiola fu così battezzata. Papà Giovanni, soltanto lanciò una occhiata diffidente:
- E' un po' magro - disse - bisognerà  ingrassarlo, altrimenti a Pasqua rosicchieremo delle ossa!

Ingrassarlo? Figurarsi! Otto giorni dopo l'acquisto, Caprin era diventato i  padrone della cascina. Tutti i buoni bocconi erano per lui.

In casa, sotto i portici, nei cortili, nelle stalle, dappertutto, una voce sola:
- Caprin! Caprin! Caprin! - Tutti lo chiamavano, tutti lo volevano.

Caprin però non aveva preferenze. Dove c'era un pezzetto di zucchero da gustare, dove lo attendeva una carezza, egli era là, di corsa, saltellante, vivace, allegro, gentile. I bambini ne facevano di ogni colore: giocavano, ridevano , si rotolavano per terra con lui. Un vero compagno, un amico, un fratello.

E quante cose aveva già imparato!
- Caprin! qua la zampa!
E Caprin con un grazioso movimento offriva la zampina.
- Caprin! al salto!
E Caprin faceva la capriola.
- Caprin! Ora ti uccido! Pum! Morto!
E Caprin si buttava a terra, disteso, socchiudendo gli occhi.

Al mattino, chi suonava la sveglia? Era Caprin. Egli entrava in tutti le camere. D'un salto era sul letto, si avvicinava al dormiente, lo urtava con la testa, lo toccava con la zampina.
Pareva dicesse:
- Su dormiglione! Svegliati! E' tardi, sai?

Nelle giornate piovose se ne rimaneva in casa, accovacciato ai piedi della padrona. Era una gioia per la signora Matilde tenerselo vicino, accarezzarselo proprio come un altro figliuolo. Chi non amava Caprin?


TERZA PARTE

Sei mesi son molti, ma il tempo vola, purtroppo! L'inverno era finito. Fiorivano le rose. La primavera era splendida. La campagna attorno alla cascina Benpensata rideva tutta sotto un cielo  purissimo, accarezzata dalle dolci brezze di marzo. La natura ritornava alla vita, tutto sembrava avvolto da una folata di gioconda poesia. Le persone soltanto pareva non partecipassero a quel risveglio, a quella gioia primaverile.

Perché?

Pasqua si avvicinava. Caprin doveva morire! Doveva morire? Certo. Erapo il patto. Lo sapevano tutti, dalla vecchia signora Matilde all'ultimo contadino della cascina; eppure nessuno di loro voleva parlarne per primo. Pareva fosse un mistero, un'angoscia segreta  dell'anima  di tutta quella buona gente.

Caprin? Con quel musetto, con quegli occhi dolci e languidi, con quella zampine gentili, doveva essere sacrificato, brutalmente sacrificato  sull'altare della tavola.

L'avevano acquistato appositamente. L'avevano nutrito, accarezzato appunto per averlo più grasso, più saporito. Non era stato un tradimento continuo?

Tante cortesie, tanti buoni bocconi, tante moine, perché? Per rendere più appetitoso il piatto di Pasqua! Come sono vili ed egoisti gli uomini! Migliori le bestie, mille volte! Più sincere, più buone.

Ah, se non ci fosse stato papà Giovanni! si sarebbe potuto modificare, dare uno strappo a ciò  che s'era convenuto. Ma con quell'uomo ostinato e terribile, chi poteva aver tanto coraggio da proporre la salvezza di Caprin?

Venne  il giorno tremendo. La  famiglia Moltacorda era tutta riunita nel tinello per il solito pasto mattinale. Papà Giovanni ad un tratto uscì a dire:
- E così, figlioli?  Quando si ammazza questo capretto? A Pasqua non mancano ormai che dieci giorni!

La proposta, sebbene preveduta, sebbene attesa da tutti con ansia e con terrore, giunse come inaspettata. Fu un fulmine a ciel sereno.
La conversazione era troppo penosa. La signora Matilde volle troncarla:
- Va bene! Va bene! Domani!

E venne il domani.
- Ammazzato il capretto?
Come era ostinato papà Giovanni!
- Domani! Domani!
Ma anche domani, Caprin era vispo quanto mai.

Papà Giovanni questa volta cominciò a gridare:
- Come va questa faccenda? Ancora il capretto vivo? Avevo ordinato di ammazzarlo! Quando si vuol aspettare? Quando saremo alla vigilia e non avremo più tempo?

La signora Matilde bruciò le ultime cartucce. Arditamente propose di acquistare  dell'altro capretto e lasciare che Caprin corresse libero nei campi. Via, doveva averla capita anche lui, a quella bestiola si erano affezionati tutti alla cascina! Per i nipotini era un trastullo, una compagnia.

Tutto fu vano: Papà Giovanni non volle sentire ragioni.
Mantenere un altro animale. Sì, con le annate così scarse! E poi! Perché si erano cercati dei sotterfugi per tenerlo in vita questo caro Caprin? Oramai c'entrava  anche il puntiglio. I nipotini si sarebbero divertiti con le bambole e coi pupazzi. Niente! Caprin doveva morire!

- Lorenzo, presto, va' in dispensa e scanna quel capretto!

Lorenzo, il figlio maggiore, fu pronto a parare la botta.
- Non posso, papà. Ho già attaccato il biroccio e devo trovarmi in paese con un mediatore. Ho un appuntamento.

- Allora tu, Bernardo.

Bernardo fu più sincero:
- Papà, prendi chi vuoi, ma non dare a me un incarico simile.

- Come, ti rifiuti?
- Cosa vuoi? Ho preso ad amarla quella bestia... sarà una grulleria, ma tanto è più forte di me... Povero Caprin!... No, no... , io no!

Papà Giovanni cominciava a sbuffare.
- Dov'è il camparo?

E il camparo comparve.
- Presto! Prendi Caprin: va' in dispensa e scuoialo!

Il camparo  prese Caprin fra le braccia, andò in dispensa e vi si chiuse dentro. Tutti quelli di casa intanto si erano rifugiati nelle loro stanze. A far che? Io non saprei; solo posso dirvi che più tardi, quando  uscirono, molti avevano gli occhi gonfi.

Passò un'ora.

Papà Giovanni era solo, nel suo studiolo, intento a far conti.
Ad un tratto la porta si aperse.
- E' permesso?
- Chi è?
- Sono io. - era il camparo.
- Oh sei tu, Bertoldo? Hai fatto quello che t'ho ordinato?
- Ah, signor padrone!
- Che c'è?
- Ah, signor padrone!
- Avanti...
- Ah, signor padrone!
- In malora! Se non ti spieghi...
- Quando devo dirla schietta... io no ho avuto   il coraggio!
- Anche tu? Ma v'ha stregati tutti quel maledetto?
- Ah, signor padrone!
- Va' al diavolo anche tu col tuo signor padrone!
- Se provasse! Non si può... fa certi occhi!
- Sapete che v'ho da dire? Che siete tutti quanti delle femminette, dei conigli, dei buoni a nulla!
- Creda... non si può... se provasse...
- Sicuro che proverò. E vi farò anche vedere che un uomo non deve avere tante malinconie per la testa.

E dette queste parole, papà Giovanni uscì infuriato.
Caprin come al solito, giocava nel cortile.

- Ah sei qui, lazzarone furfante? Andiamo... Vieni... To'... Caprin... Caprin...

E Caprin ubbidiente e rispettoso, saltellando, col musetto in alto, dimenando il codino, seguì il padrone nella dispensa.




QUARTA PARTE

Papà Giovanni aveva fretta. Nella dispensa era solo. Molto meglio! Non vi sarebbero state tante smorfie, tanti sdilinquimenti di donna!
Oh per Diana, avrebbe fatto vedere lui come si eseguono certi ordini senza tentennare, senza dubitare, a colpo sicuro.
Aprì una cassapanca. Ne levò un coltellaccio enorme, lungo e affilato.
- Qua... vieni qua... galantuomo... La vedi la ghigliottina?

E così dicendo, papà Giovanni agitava in alto il suo coltello.
Caprin alzò il bel musetto roseo e guardò. A dirla schietta, pareva non desse una grande importanza alla cosa, perché diede una dondolatina con la testa, poi alzò la zampina destra, annaspando l'aria!
- Quanto sei buffo! Mi fai ridere davvero con quel muso.

Si sedette, poi riprese:
- Lo sai che fra poco, là, sarai morto?

Alla parola "morto", Caprin sembrò ricordasse il suo gioco preferito. Non stette in forse, si lasciò cadere a terra disteso, socchiudendo gli occhi.
- Giochi, anche?! Hai un bel coraggio! Bravo!

Ma Caprin non si muoveva.
- Ho capito... tu vorresti girare la situazione e cavartela a buon mercato con qualche scherzetto... Eh sì, c aro! A me non la si fa!... Animo dunque... vieni qua... Caprin! To'...

Caprin ubbidì, senza esitare, alla chiamata. Quando  fu vicino, si rizzò col corpo ed appoggiò le sue zampine sulle ginocchia del suo carnefice.
Nella dispensa si fece un silenzio di morte. La destra che brandiva il coltello si alzò. In quel momento Caprin appoggiò il musetto roseo sulla mano sinistra di papà Giovanni e senz'altro cominciò a lambirla con la lingua, baciandola.

Gli occhi del vecchio fittabile si incontrarono in quelli del caprettino.
Lo sguardo di Caprin era dolce, era pieno  di malinconia e di bontà. Sembrava  una carezza.

Papà Giovanni sentì quella carezza. Un brivido gli corse per le ossa. Tremò ed il coltello  cadde a terra.
No, non era possibile.


QUINTA PARTE

Quando papà Giovanni uscì dalla dispensa, trovò Matilde che lo aspettava.
- E così - domandò ansiosa la buona signora - hai proprio voluto?...

Non poté finire: Caprin più allegro e vispo di prima correva già per il cortile.

- Eccolo! Eccolo! Non l'hai ammazzato? Bravo! Bravo!
- No! Non  l'ho ammazzato!
- Lo volevo  dire io! Tu sei tanto buono e non potevi...
- Ma che buono! non voglio che tu creda che a me sia mancato i coraggio come a tutti i conigli della mia famiglia! Non crederai questo, spero, Altrimenti ti faccio...

La signora Matilde non gli diede il tempo di finire la frase.
- No! no! per carità! Ti credo! Ti credo!
- L'ho lasciato vivere perché... perché... perché era inutile... perché non serviva.
- Vero? Così si accontentano i bambini, e poi il capretto per l'arrosto di Pasqua lo possiamo prendere dal macellaio.
- Ma che bambini! Ma che macellaio! Volevo proprio darla vinta ai bambini, io!
- Come? Si dovrà pure...
- Che cosa? Prendere dell'altro capretto?
- Già!
- Ma non l'hai ancora capita che se volevo mangiare l'arrosto, mi sarei servito di Caprin? Gli è che...

E qui papà Giovanni si trovò un po' impacciato a proseguire. Per la prima volta, nella sua vita, era costretto a mentire sfacciatamente, a sua moglie. Ma, tanto, bisognava uscirne con onore.
Si fece coraggio e riprese:
- Gli è che quest'anno ho deciso di... di... cambiare! Sicuro! Sono stufo! Oh, questa è curiosa! Non ho forse il diritto di essere stufo?
- Tu?
- Io... io... Ne ho abbastanza del capretto... Che si debba sempre il capretto arrosto a Pasqua? Perché? Forse perché lao mangiavano mio padre e mio nonno? Bella ragione! Allora dovrei andare a Milano a piedi perché i nostri vecchi non avevano la ferrovia. Ti pare?
- Sì... sì... figurati... però... le tradizioni...
- Ma che però!... Ma che tradizioni!

E con quanto fiato aveva in corpo, papà Giovanni si mise a gridare:
- Non voglio capretto! Al diavolo tutti i capretti cominciando dal tuo Caprin! Hai capito? E basta, ho detto!

Così, per la seconda volta, incassa di Giovanni Moltacorda fittabile della cascina Benpensata, al pranzo di Pasqua, la famiglia rimase senza arrosto.




mercoledì 18 marzo 2015

LA RONDINE E IL PRINCIPE FELICE

LA RONDINE E IL PRINCIPE FELICE
di Oscar WILDE

In alto, dominante la città, sorgeva sopra un'immensa colonna la statua del Principe Felice.
Era ricoperta di sottili foglie d'oro, aveva due zaffiri lucenti come occhi e un rubino splendente sull'elsa della spada.
Tutti la ammiravano.

- E' bella come una banderuola - disse uno dei consiglieri comunali, il quale ambiva di farsi fama di buon intenditore di cose d'arte; - ma non altrettanto utile - soggiunse in fretta, per tema d'esser creduto di poco senso pratico, cosa che non era probabile.

- Perché non sei come il Principe Felice? - chiese una buona mamma al suo bambino, che piangeva perché voleva la luna. - Il Principe Felice non piange mai!


- Meno male che c'è al mondo qualcuno felice! - mormorò un disilluso, guardando la statua meravigliosa.


- Sembra proprio un angelo! - dissero gli scolaretti, uscendo dalla cattedrale coi loro mantelli scarlatti e i grembiulini di bucato.


- Come fate a saperlo? - chiese il professore di matematica - di angeli voi non ne avete mai veduti.


- Oh sì, in sogno! - risposero i bambini.

Il professore di matematica aggrottò le ciglia: non approvava che i bambini sognassero.
Una notte arrivò in quella città una rondinella.


Aveva lasciate partire per l'Egitto tutte le compagne, e da sei settimane ritardava sempre il momento di abbandonare un bellissimo giunco, di cui si era perdutamente innamorata.

L'aveva conosciuto al principio della primavera, mentre lungo il fiume inseguiva una farfallina gialla.
Ne era rimasta così incantata, che si era fermata a parlargli.

- Posso amarti? - chiese le rondinella, venendo subito alla conclusione; ed il giunco s'inchinò.

Allora cominciò a volargli intorno, sfiorando l'acqua colle ali, e disegnando anelli d'argento. Questo fu il suo amore e durò tutta l'estate.

- Che amore ridicolo! - cinguettavano le altre rondini. - Il giunco con ha patrimonio, ma molti, troppi parenti.

Difatti il fiume era pieno di giunchi.
Quando sopraggiunse l'autunno, tutte le rondinelle volarono via. Quando esse furono partite, la rondinella si sentì molto sola, e cominciò a stancarsi del suo amore.

- Non sa parlare - diceva; - temo che sia un po' leggero: scherza sempre con la brezza.

E certamente, quando soffiava al brezza, il giunco sfoggiava i suoi più belli inchini.

- Poi a me piace viaggiare - continuò la rondine ed il giunco non vuol muoversi. Vuoi partire con me? - gli chiese finalmente.
Ma il giunco scosse la testa: voleva troppo bene la suo luogo natìo.

- Hai dunque voluto scherzare con me? - gridò la  rondinella. - Io partirò per le piramidi. Addio! - E così dicendo prese il volo.

Tutto  il giorno dopo volò. e verso sera arrivò alla città.

- Dove dormirò? - si chiese - Speriamo che la città sia preparata a ricevermi.

Allora scorse la statua sopra l'immensa colonna e tutta contenta gridò:

- Ecco un bel posto, con molta aria fresca!

E si posò tra i piedi del Principe Felice.


- Ho una camera dorata! - mormorò guardandosi intorno, mentre si preparava a dormire; ma proprio nel momento che metteva il capino sotto l'ala, si sentì cadere addosso una grossa goccia d'acqua.

- Che cosa strana! - esclamò - non c'è una nuvola incielo; le stelle sono chiare e lucenti, eppure piove. Il clima del Nord dell'Europa è proprio terribile: al giunco piaceva la pioggia, ma il suo piacere era una forma di egoismo.

Cadde un'altra goccia.

- Ma dunque, a che cosa serva una statua, se non può neanche riparare dalla pioggia? Bisognerà che mi trovi un buon camino - e si preparò a volare via.

Ma  prima che potesse stendere le ali, cadde una terza goccia. Allora guardò in su, e cosa vide?
Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e le lacrime gli scorrevano lungo le guance dorate. Aveva il volto così bello, al chiaro di luna, che la rondinella fu intenerita.

- Chi siete? - gli chiese.

- Sono il Principe Felice.

- Allora perché piangete? - chiese la rondinella. - Mi avete tutta infradiciata.

- Quando ero vivo, ed avevo il cuore umano - rispose la statua - non sapevo cosa fossero le lacrime, perché abitavo nel palazzo degli Scacciapensieri, dove il dolore non penetra mai. Durante il giorno giocavo coi miei compagni nel giardino, e la sera ballavo nel gran salone. Intorno al giardino sorgeva un muraglione, ma io non mi ero mai occupato di quello che succedeva dall'altra parte. I miei cortigiani mi chiamavano il Principe Felice, e felice ero veramente, se la felicità consiste nel divertimento. Così vissi, e così mi colse la morte. Ora che sono morto, e che mi hanno messo tanto il alto, vedo bene tutte le miserie della mia città, e benché abbia il cuore di piombo, pure non posso fare a meno di piangere.

- Come? - pensò la rondinella - non è dunque d'oro massiccio?

Ma non disse nulla per non mancare alla buona educazione.

- Lontano lontano - continuava la statua con voce sommessa ed armoniosa - lontano lontano, in una misera stradina c'è una misera casupola. Da una finestra aperta, vedo una donna seduta al tavolino. Ha il viso pallido e scarno, le mani ruvide e rosse rovinate dall'ago, perché è una ricamatrice e sta ricamando dei fiori sopra un vestito di raso, perché la più bella dama d'onore della regina lo possa indossare al prossimo ballo di corte. In un angolo della stanza, in fondo al letto, giace il suo figliolo malato. E' arso dalla febbre e chiede un'arancia, ma la madre non può dargli che l'acqua del fiume, ed egli piange! Rondinella, non vorresti portarle il rubino del pomo della mia spada? Ho i piedi fissati al piedistallo e non mi posso muovere.

- Sono attesa in Egitto; - disse la rondine - le mie compagne volano su e giù per il Nilo e s'intrattengono coi  fiori di loto. Presto si addormenteranno sulla tomba del gran re. Il re è lì nella sua casa dipinta. E' inviluppato in una tela gialla e imbalsamato con aromi. Attorno al collo ha una collana color verde pallido, ed ha le mani come foglie appassite.

- Rondine, rondinella, - disse il Principe - non vorresti stare con me una notte sola per portare il mio messaggio? Il bambino ha tanta sete, e la madre è tanto triste!

- Non mi piacciono i ragazzi - rispose la rondine. - L'anno scorso, quando abitavo sul fiume, c'erano due ragazzacci figli del mugnaio, che mi buttavano sempre sassi. Naturalmente non mi coglievano mai: noi rondini abbiamo il volo troppo rapido, e per di più io vengo da una famiglia famosa per la rapidità del volo; ma, ad ogni modo, era una prova di poco rispetto.

Ma il Principe Felice si rattristò talmente che la rondinella si pentì.

- Fa molto freddo, - disse - ma mi tratterrò una notte per portare il tuo messaggio.

- Grazie, rondinella - rispose il Principe.

Allora la rondine staccò il grosso rubino della spada del Principe, e, tenendolo nel becco, volò via, passando sopra i tetti delle case.
Passò davanti alla torre della cattedrale, dov'erano scolpiti gli angeli di marmo bianco. Passò dal palazzo e udì suoni di musica. Una bellissima fanciulla uscì sul balcone col fidanzato.

- Come sono meravigliose le stelle! - le diceva lui - e com'è meravigliosa la potenza dell'amore!

- Speriamo che il mio vestito sia pronto per il ballo di corte; - rispondeva lei - ho dato ordine che vi siano ricamati fiori di passione, ma le ricamatrici sono tanto pigre!

La rondine passò sopra il fiume, e vide le lanterne attaccate agli alberi dei bastimenti. Passò sul ghetto e vide i vecchi mercanti che discutevano fra di loro, pesando il denaro su bilance di rame.
Finalmente arrivò alla casupola e vi si affacciò.
Il bambino, tormentato dalla febbre, si agitava continuamente nel letto, e la madre si era addormentata; era tanto stanca!
La rondinella volò dentro, e pose il grosso rubino accanto al ditale della donna, poi, svolazzando intorno al letto, fece vento al bambino febbricitante, il quale esclamò:

- Che fresco delizioso! Mi pare di stare meglio! - e cadde in un sonno profondo.

Allora la rondinella tornò dal Principe e gli narrò quanto aveva fatto.

- E' strano; - disse - sento tanto caldo, mentre in realtà fa molto freddo!

-  Perché hai fatto una buona azione - rispose il Principe.

La rondinella cominciò a riflettere, ma le riflessioni le conciliarono il sonno, e ben presto si addormentò.
Quando fu giorno, volò al fiume e fece un bagno.

- Che fenomeno strano! - disse il professore d'ornitologia, che passava sul ponte - una rondine nel cuore dell'inverno! - E scrisse un lungo articolo nel periodico locale, che tutti citarono, perché era pieno di paroloni, di cui però nessuno sapeva il significato.

- Stasera parto per l'Egitto - pensò la rondinella, tutta allegra all'idea del viaggio.

E visitò tutti i monumenti soffermandosi più a lungo in cima al campanile della chiesa.
Dovunque andava i passerotti cinguettavano fra di loro dicendo:

- Che forestiera elegante!

Come era contenta la rondine!
Quando sorse la luna, la rondinella tornò dal Principe Felice, gridando:

- Avete commissioni per l'Egitto? Sto per partire.

- Rondine, rondinella, - disse il Principe - rimani con me ancora questa notte.

- Mi aspettano in Egitto; - rispose la rondine - domani le mie compagne voleranno fino alla seconda cateratta. L'ippopotamo vive lì fra i giunchi, e su un trono di granito siede i dio Mèmnone. Tutta la notte contempla le stelle, e quando spunta le stella mattutina, manda un grido di guerra e poi torna silenzioso. Nel pomeriggio i leoni fulvi scendono al fiume a bere; hanno per occhi birilli verdi, ed il loro ruggito è più sonoro delle cateratte.

- Rondine, rondinella, - disse il Principe - lontano lontano, dall'altra parte della città, vedo un giovane in una soffitta. E' appoggiato ad un tavolino, coperto di fogli, e accanto a sé ha un bicchiere con un mazzetto di viole appassite. Ha i capelli castani, le labbra rosse come il melograno, e gli occhi grandi e sognatori. Vorrebbe finire una commedia per il direttore del teatro, ma ha tanto freddo che non può più scrivere. Nel camino non c'è più fuoco ed il poveretto si sente svenire dalla fame!

- Starò con voi ancora una notte - disse la rondinella, che in fondo aveva buon cuore. - Devo portargli un altro rubino?

- Ahimè! non ho più rubini, - rispose il Principe - mi rimangono solamente gli occhi. Sono zaffiri rarissimi portati dalle Indie mille anni fa. Toglimene uno e portaglielo. Egli lo venderà ad un orefice, comprerà cibo e legna da ardere e così potrà finire la commedia.

- Caro Principe, - disse la rondine piangendo - non posso far questo!

- Rondine, rondinella, obbediscimi.

Allora la rondine strappò un occhio al Principe e volò dallo studente.
Entrò da un'apertura del soffitto, e trovò il giovane con la testa fra le mani.
Era talmente  assorto che non udì volare la rondinella; ma quando alzò gli occhi, vide accanto alle viole appassite lo zaffiro meraviglioso.

- Comincio ad essere apprezzato! - gridò - questo zaffiro è un dono di qualche grande ammiratore! ora potrò finire la commedia! - E si rasserenò tutto.

Il giorno dopo la rondine volò al porto.
Si posò sull'albero di un gran bastimento, e stette a vedere i marinai che issavano un grosso carico con le funi.

- Vago in Egitto - gridava la rondine; ma nessuno le badava, e quando si alzò la luna, tornò dal Principe Felice.

- Sono venuta a dirvi addio - disse.

- Rondine, rondinella, - disse il Principe - non vuoi restare con me ancora una notte?

- Siamo già nell'inverno, - rispose la rondine - e presto cadrà la neve. In Egitto il sole fiammeggia sulle palme, e i coccodrilli, sdraiati nel fango, si guardano pigramente attorno. Le mie compagne si fabbricano un nido nel tempio di Baalbec e le tortorelle rosate e bianche le guardano dolcemente. Caro Principe, vi debbo lasciare, ma non vi dimenticherò mai, e a primavera vi porterò due bellissimi gioielli per sostituire quelli che avete regalati. Il rubino sarà più grosso di una rosa vermiglia, e lo zaffiro azzurro come il mare.

- Giù nella piazza - disse il Principe - sta una piccola venditrice di fiammiferi. Ha lasciato cadere tutti i fiammiferi nel fango; se no porta i quattrini a casa, il padre la bastonerà, ed essa piange. Non ha né scarpe, né calze, e la testina è scoperta. Toglimi l'altro occhio e daglielo; così il padre non la picchierà!

- Starò con voi ancora una notte, - disse la rondine - ma non posso togliervi l'altro occhio, sareste completamente cieco.

- Rondine, rondinella, obbediscimi.

Allora la rondine gli strappò l'altro occhio e volò giù. Passando accanto alla bambina, le lasciò cadere lo zaffiro in mano.

- Che bel pezzetto di vetro! - esclamò la bambina ridendo, e corse a casa.

Allora la rondine tornò dal Principe e gli disse:

- Ora che siete cieco, io resterò sempre con voi.

- No, rondinella, - disse il povero Principe - tu devi andare in Egitto.

- Starò sempre con voi - ripeté la rondinella e si addormentò ai piedi della statua.

Tutto il giorno seguente, posata sulla spalla del Principe, la rondinella gli narrò quanto aveva veduto nei paesi lontani: gli narrò dei rossi ibis, che stanno in lunghe file sulle rive del Nilo, per prendere i pesciolini dorati; della sfinge, vecchia come il mondo, che abita nel deserto e sa tutto; dei mercanti che camminano accanto ai cammelli, e portano con loro le collane di ambra.
Gli parlò del Re delle Montagne della Luna, nero come l'ebano, che adora un gran  cristallo; del gran serpente che dorme  in una palma, ed è nutrito da venti sacerdoti con biscotti fatti di miele, e infine dei pigmei che vagano nel gran lago sopra foglie larghe e piatte, e sono sempre in guerra con le farfalle.

- Cara rondinella, - disse il Principe - tu mi racconti storie meravigliose, ma la sofferenza umana è più meravigliosa di tutto il mondo. Non c'è nessun mistero grande come la miseria! Vola sopra la mia città e dimmi quello che vedi.

Allora la rondinella volò sopra la città, e vide i ricchi che si divertivano nei loro palazzi, e i mendicanti seduti davanti ai cancelli.
Volò nelle vie più scure, e vide i volti pallidi di fanciulli affamati, che guardavano fuori malinconicamente.
Sotto l'arco di un ponte, due bambini che cercavano di riscaldarsi, stando uno vicino all'altro, e dicevano:

- Che fame!

- Non dovete stare lì! - gridò una guardia  che passava; ed essi uscirono fuori sotto la pioggia.

Allora la rondine tornò dal Principe e gli narrò quanto aveva veduto.

- Sono coperto di oro fino; - disse il Principe - staccalo foglia per foglia, e distribuiscilo ai mie poveri; i mortali credono che l'oro renda felici.

La rondine staccò una foglia dopo l'altra, finché il Principe Felice divenne tutto grigio e opaco.
Lo distribuì foglia per foglia ai poveri, ed i volti dei fanciulli si fecero sani e coloriti, ed essi correvano per la strada giocando.

- Ora il pane non ci manca - gridavano allegramente.

Poi venne la neve, e dopo la neve la brina.
Le strade parevano d'argento, tanto erano lucenti: dalle finestre delle case pendevano lunghi ghiaccioli, simili a pugnali di cristallo.
Tutti giravano impellicciati, e i bambini con berretti scarlatti pattinavano sul ghiaccio.
La povera rondinella sentiva sempre più freddo; ma si era talmente affezionata al Principe che non lo avrebbe più voluto lasciare.
Si nutriva di briciole di pane, raccattati davanti all'uscio del fornaio, quando questo non guardava, e cercava di riscaldarsi battendo le ali.
Finalmente capì che stava per morire!
Ebbe appena la forza di volare sulla spalla del Principe e mormorargli:

- Addio, caro Principe, mi permettete di baciarvi la mano?

- Sono felice che tu sia decisa a partire per l'Egitto, rondinella; - disse il Principe - ti sei trattenuta troppo a lungo: baciami , ti voglio tanto bene!

- Non vado in Egitto, - rispose la rondine - vado alla casa della morte. La morte non è forse sorella del sonno?

E baciato che ebbe il Principe, gli cadde morta ai piedi.

In quel momento si udì nell'interno di quella statua uno schianto: era il cuore di piombo che si spezzava.
Il freddo doveva essere molto intenso!
La mattina dopo, il sindaco ed i consiglieri comunali passeggiavano sulla piazza, e passando davanti al monumento, il sindaco guardò la statua ed esclamò:

- Che aria triste ha preso il Principe Felice!

- E' vero - gridarono in coro i consiglieri, sempre d'accordo, e si avvicinarono per vedere meglio.

- Il rubino è caduto dalla spada, non ha più occhi e non è più dorato - proseguì il sindaco. - Pare quasi un pezzente.

- Pare quasi un pezzente! - ripeterono i consiglieri.

- Ha perfino un uccello morto ai piedi! continuò il sindaco - bisogna proprio pubblicare un'ordinanza per proibire agli uccelli  di morire qui.

Ed il segretario si affrettò a prendere nota dell'ordine.
La statua del Principe Felice fu abbattuta.

- Non è più bello, dunque non è più utile - aveva decretato il professore d'arte dell'università.

La statua venne fusa in una fornace, ed il sindaco tenne consiglio, per decidere come si dovesse impiegare il metallo.

- Bisognerà fare un'altra statua - disse - e sarà la mia.

- No, la mia - disse ognuno dei consiglieri, e cominciarono a litigare.

L'ultima volta che sentii parlare di questo affare, essi si bisticciavano ancora.

- Che cosa strana! - disse il capo degli operai alla fonderia - questo cuore di piombo non vuol fondersi; bisogna buttarlo via!

E lo gettarono sopra un mucchio di spazzatura, dove giaceva anche la rondinella morta.
Disse Iddio ad uno dei suoi Angeli:

- Portami le due cose più preziose di quella città, - e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccellino morto.


- Hai scelto bene, - disse il Signore - poiché l'uccellino canterà in eterno, e nella mia città dorata il Principe Felice dirà le mie lodi.


Delicata fantasia di Oscar Wilde, in cui i protagonisti sanno trasformare la loro vita in un continuo atto di amore verso i sofferenti.
Vi sono  uomini che non apprezzano che il guadagno e ciò che è utile materialmente.
Ma gli affetti più tenaci nella vita sono quelli che hanno a base la virtù.
Infatti c'è  molta differenza tra l'affetto della rondine per il giunco e quello per il Principe Felice.
Presso Dio la bontà ha il massimo valore.