FAVOLE

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venerdì 27 marzo 2020

LA TEMPESTA

LA TEMPESTA 
(brano estratto dall'opera)


L’eremita Yusif El Fakhri viene interrogato sul perché ha  abbandonato il mondo.
Egli  così risponde:
«Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non richiede necessariamente la solitudine. 
Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L’ho sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre.
Ho abbandonato la gente perché la loro natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei. 
Ho lasciato gli uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. 
Ho lasciato la civiltà perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate nell’oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono l’avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. 
Chi ha cercato di infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. 
È morto deluso, perseguitato e tormentato».


Yusif si chinò verso il caminetto, come se attendesse di vedere che impressione avevano fatto le sue parole nel mio cuore.
Pensai fosse meglio limitarmi ad ascoltare, ed egli continuò:

«No, non ho cercato la solitudine per pregare e per vivere da eremita poiché la preghiera, che è il canto del cuore, giunge alle orecchie di Dio anche se confusa in mezzo alle grida e ai lamenti di migliaia di voci. Vivere da recluso vuol dire torturare il corpo e l’anima e mortificarne le inclinazioni, è un tipo di esistenza che mi ripugna, poiché Dio ha edificato i corpi come templi dello spirito, ed è nostro compito cercar di meritare e di conservare la fiducia che Dio ha riposto in noi.
No, fratello mio, non ho cercato la solitudine per motivi religiosi, ma unicamente per evitare le persone e le loro leggi, i loro insegnamenti e le loro tradizioni, le loro idee, il loro chiasso e i loro lamenti. 
Ho cercato la solitudine per non vedere i volti di uomini che si vendono e comprano allo stesso prezzo cose che sono spiritualmente e materialmente inferiori a loro.
Ho cercato la solitudine per non incontrare quelle donne che camminano con alterigia, con mille sorrisi sulle labbra, mentre in fondo ai loro mille cuori non c’è che un unico fine.
Ho cercato la solitudine per nascondermi dagli individui compiaciuti di sé che, nei loro sogni, vedono lo spettro della conoscenza e credono di aver raggiunto il loro scopo.
Sono fuggito dalla società per evitare coloro che, al loro risveglio, vedono soltanto il fantasma della verità, e gridano al mondo di aver acquisito totalmente l’essenza della verità stessa.
Ho abbandonato il mondo e ho cercato la solitudine perché mi sono stancato di rendere omaggio alle moltitudini che credono che l’umiltà sia una sorta di debolezza, e la compassione una specie di viltà, e lo snobismo una forma di forza.
Ho cercato la solitudine perché la mia anima non ne può più di avere rapporti con chi crede sinceramente che il sole, la luna e le stelle non sorgano se non nei loro scrigni e non tramontino se non nei loro giardini.
Sono scappato via da coloro che aspirano a cariche pubbliche, che danneggiano la sorte terrena della gente gettandogli polvere d’oro negli occhi e riempiendogli le orecchie con discorsi senza senso.
Mi sono allontanato dai sacerdoti che non vivono conformemente a ciò che dicono nei loro sermoni, e che pretendono dagli altri ciò che non chiedono a loro stessi.
Ho cercato la solitudine perché non ho mai ottenuto gentilezza da un essere umano senza pagarne l’intero prezzo col mio cuore.
Ho cercato la solitudine perché detesto quella grande e terribile istituzione che la gente chiama civiltà, quella simmetrica mostruosità innalzata sulla perpetua disgrazia delle razze umane.
Ho cercato la solitudine perché in essa lo spirito, il cuore e il corpo possono trovare pienezza di vita. 
Ho trovato le praterie sconfinate dove riposa la luce del sole, dove i fiori esalano il loro profumo nello spazio e dove i ruscelli cantano durante la loro corsa verso il mare. 
Ho scoperto le montagne su cui ho trovato il fresco risveglio della Primavera, la brama piena di colore dell’Estate, i profondi canti dell’Autunno e lo stupendo mistero dell’Inverno. 
Sono venuto in questo remoto angolo del dominio divino perché desideravo ardentemente di conoscere i segreti dell’Universo e avvicinarmi al trono di Dio».


lunedì 20 gennaio 2020

I TRE DONI

I TRE DONI




Viveva un tempo nella città di Beccharrè un grazioso principe, che era amato e onorato dai suoi sudditi.
Ma c'era un uomo, estremamente povero, che era sempre velenoso verso il principe e che continuamente agitava la sua lingua pestifera in pesanti invettive.
Il principe lo sapeva, ma sopportava con pazienza.
Alla fine, però, rifletté sulla cosa; e una sera d'inverno si presentò alla porta di quell'uomo un servo del principe, recando un sacco di farina, una borsa di sapone e un involto di zucchero.
E il  servo  disse: 


"Il principe ti manda questi doni in segno di saluto".


L'uomo si esaltò, giacché pensò che i doni fossero un omaggio da parte del principe.  E, nel suo orgoglio, si recò dal vescovo e gli disse di quel che il principe aveva fatto, aggiungendo: 


"Vedi come il principe desidera la mia amicizia?".


Ma il vescovo disse:


 "Oh, quanto è saggio il principe, e come è scarso il tuo intendimento. Egli si esprime per simboli. La farina è per il tuo stomaco vuoto; il sapone è per la tua pellaccia; e lo zucchero è per addolcire la tua lingua velenosa".


Da quel giorno l'uomo cominciò a sfuggire anche se stesso. Il suo odio per il principe s'accrebbe, e ancor più detestò il vescovo, perché gli aveva rivelato le intenzioni del principe.
Ma da allora in poi se ne stette in silenzio.